L’avvento dei media digitali nella critica cinematografica

L’avvento dei media digitali nella critica cinematografica
La nascita della critica artistica è strettamente legata al processo di democratizzazione dell’accesso all’arte. Per secoli, infatti, la fruizione delle opere è stata riservata a una minoranza privilegiata, mentre la maggior parte della popolazione restava esclusa. Curiosamente, nel caso del cinema è avvenuto un processo quasi inverso: l’accesso alle opere è stato fin dall’inizio popolare e immediato; ciò che risultava elitario era la possibilità di criticarle. Questo è cambiato grazie a piattaforme tipo Rotten Tomatoes. Vediamo dunque come si sono evolute queste due forme di giudizio e in che modo le piattaforme digitali hanno trasformato la critica cinematografica contemporanea.

La nascita del critico d’arte: democratizzazione dell’accesso

Per gran parte della storia, l’arte era un affare per pochi: finanziata da mecenati facoltosi e prodotta da artigiani altamente specializzati, formati fin dall’infanzia nelle botteghe. La fruizione delle opere era altrettanto limitata. Il primo passo verso la democratizzazione avvenne con l’introduzione della stampa nel Quattrocento, che permise di riprodurre immagini e testi e di farli circolare molto più ampiamente. Tuttavia, la vera svolta arrivò nel Seicento, con la nascita delle prime mostre pubbliche. Per la prima volta, chiunque potesse pagare il prezzo di un biglietto aveva accesso alle opere e poteva, di conseguenza, esprimere un giudizio. È in questo nuovo spazio sociale che nasce il critico d’arte: una figura capace di interpretare, confrontare, contestualizzare e comunicare la qualità estetica di un’opera a un pubblico sempre più ampio. La critica diventava quindi un ponte tra l’opera e la società, contribuendo alla formazione del gusto collettivo.

La critica cinematografica: la democratizzazione dell’opinione

Nel cinema, però, abbiamo assistito a un processo inverso. Qualcosa a cui tutti hanno accesso poteva essere giudicato da pochi. Quando parliamo di critica cinematografica parliamo di un genere letterario che secondo l’AIOMI (Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive) si propone di raccontare, analizzare, spiegare e giudicare un’opera cinematografica. La branca della critica giornalistica si propone di valutare la qualità, il valore di intrattenimento e il pubblico a cui si rivolge l’opera, spesso assegnando un voto. All’alba del genere, questo ruolo era di giornalisti di mestiere che scrivevano su riviste specializzate quali “Cinema”. La figura era quindi un professionista che aveva un bagaglio culturale alle spalle che permetteva di apprezzare l’opera tenendo conto di un quadro olistico che doveva poi riferire ai lettori per comunicare loro se e perché valesse la pena spendere i propri soldi per andare a guardare il film. Con l’avvento delle piattaforme digitali, il potere di giudizio si è biforcato: abbiamo ora una giuria critica e una popolare. Solo una parte delle recensioni è rimasta in mano a professionisti che portano comunque un approccio più elevato; l’altra la abbiamo in pugno noi, pubblico pagante del grande schermo. Due approcci diversi al consumo del prodotto che hanno visto prevalere il voto popolare e che hanno portato a cambi anche di contenuti prodotti. Questo perché, per quanto si abbia una piccola branca di individui che rimangono interessati al cinema come forma d’arte, la giuria popolare tende a premiare prevalentemente il puro valore di intrattenimento di un film. L’effetto? Una produzione cinematografica che prioritizza storie dinamiche, spesso leggere, a scapito di produzioni più impegnate. Ci sono anche dei pro. L’audience odierna è molto più educata e consapevole delle strutture narrative che rendono una storia dinamica, interessante e possono spesso portare spunti critici che, nel tempo, porteranno a elevare i prodotti e farne evolvere i temi più rapidamente di quanto succederebbe se la critica fosse solo in mano ai giornalisti, storicamente più conservatori. Chi vince, quindi? Il cinema.
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